Il patriottismo, il virus e la pizza

Lascia un commento
Senza categoria
pizza_kiwi_johansson
pizza al covid-19

Eh si, c’è una pandemia in atto. Si: conosciamo a menadito tutte le teorie scientifiche sull’argomento. Teorie classiche, teorie sperimentali, certezze comprovate, avanguardie teoriche. Si, le abbiamo spiegate accuratamente anche alla nonnina, che continua a speculare sulla fine del mondo perché sua sorella Concettina l’ha letto sulla bibbia. Quasi quasi ci appassiona questa scienza, quasi quasi  mi iscrivevo a medicina. Avrei saltato pure l’esame di stato. Ho preferito la letteratura… che mentecatta senza lungimiranza che sono. Farei altrettanto pena a giocare in borsa.

Ma chi siamo in questo momento? Chi vorremmo essere? Perché per un breve istante sulla linea temporale della storia umana, siamo stati i protagonisti indiscussi. Nel bene o nel male, purché se ne parli. Dicono così giusto? No, perché quello che sta succedendo -un’epopea globale senza precedenti- (magari no, ma pensarlo mi dà gusto) ci sussurra in fondo in fondo che “stavolta si fa sul serio”. Stavolta è la vita vera, quella delle rinunce e dei sacrifici, quella che ci è sempre passata a fianco, quella che abbiamo letto, scritto e filmato, quella che abbiamo cercato negli angoli remoti e non industrializzati del mondo. Stavolta siamo davanti ad una realtà univoca che non ha bisogno di interpretazioni. Tutto quello per cui ci siamo allenati fino ad oggi, diventa assolutamente e inevitabilmente inutile.

Ci siamo allenati a sopravvivere all’asfissia delle metro, a nascondere bene i nostri impulsi grezzi e naturali in pubblico, diventando degli eccellenti socializzatori compulsivi a botte di gin tonic. Ci siamo allenati all’aria condizionata, sviluppando mucose così resistenti che potremmo sniffare sale, ci siamo allenati all’alcolemia, a surfare sulle ore, a incastrare alla perfezione il puzzle di impegni quotidiani, perché questo tempo è denaro convertibile in bitcoin.

Allora il tempo lo uso come se non potessi morire mai, senza aver mai indugiato nell’osservazione di un albero che cambia colore. Perché il futurismo e la velocità e le macchine da caffè in capsula, ci sono state concesse per evitare di soffermarci sul corso naturale delle cose, che inevitabilmente sono destinate a schiattare. Non capirlo, vuol dire non volerlo capire. Niente di più giustificato eh. Ma ora che con questo tempo siamo costretti a giocarci alla pari, senza sopraffazioni, fregature -e senza trucchetti, ecco che subentrano la paura della eccessiva libertà, la frenesia del fare, l’ansia del beat sul quale ci siamo allenati tutta la vita.

Nel grande metronomo del tempo da noi messo a punto, oggi siamo fuori fase. Ma io credo che sia una possibilità di crescita esagerata. Credo che reagire al trauma di una vita in ciabatte sia l’allenamento più duro che ci si potesse chiedere di fare. Niente acido lattico al nostro risveglio, niente postumi, gambe rotte o istinti suicidi, ma solo un’andatura a passo sicuro e schiena dritta, con forza d’animo di contorno.

Si, perché questo statico Ambaradan curerà gli eccessi di ogni vita, di ognuno di noi. Smusserà le sbavature, ci centrerà nel corpo e nella mente, tagliando le superflue escrescenze esterne, quelle che abbiamo sempre adottato per gli altri e mai per noi stessi. Questo ci restituirà unità, purezza e integrità. La nostra epoca è frutto di un enorme dislivello tra sviluppo spirituale e sviluppo tecnologico, dice Tarkovskij con Tonino Guerra: è questa, che ci crediate o no, l’unica occasione che abbiamo per rimetterlo in pari, per regolare le lancette dell’orologio per provare ad afferrare quello che abbiamo sempre, distrattamente, sfiorato. Per pagare il debito astratto contratto (ihih) con la nostra anima. A ognuno il suo. Tanto un mese di meditazione in India fa gola a tutti: ce lo facciamo a casa, embè?

E quando ci chiederanno cosa volesse dire essere italiani al tempo del coronavirus, perché verranno a chiedercelo, io mi asterrei dal menzionare le serenate in balcone in stile pulcinella, o la pizza per cena sincronizzata il sabato sera. Non è questo che siamo. Non è questo che sentiamo. Quello che sentiamo, seppure evitandolo, è solo un’umana e giustificatissima necessità di approfondire noi stessi, di definire concretamente -una volta per tutte- il carattere di noi donne e uomini occidentali un po’ viziatelli e con le mani lisce, la prova del nove per vedere se veramente camminiamo su un terreno comune, una responsabilità morale: l’occasione di capire finalmente che cavolo vuol dire la parola patriottismo in tempi di globalizzazione.

#stateacasa e #statecibene

VM

Dedicato a tutti i miei frati ingiustamente incarcerati: Francesca, Giovanni, Emilio, Cristian, Giulia, Nenno, Emma, Gregory, Hasan, Natale, Teresa, Gianlu, Mastro, Anna Maria, Ale BLU, Chiara,…

Pubblicato da

Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...