Gli Invisibili- perché domani non festeggio

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Oggi è  una gran bella giornata assolata, di quelle terse #nofilter: si vede dai buchini della tapparella. Mi alzo dal letto ancora rincoglionita per farmi il caffè e per prima cosa tiro una testata alla porta chiusa della mia stanza, pensandola spalancata. Sono tremendamente fatalista e superstiziosa sugli incipit delle mie giornate; di solito se qualcosa mi va storto appena sveglia, può solo che peggiorare. Per rimediare con me stessa mi concedo pure il lusso raro di  fare colazione al bar, seduta su un tavolino esposto al sole, mentre fluttuo nella mia bolla di pensieri anti-gravitazionali.

Poi, come tutte le volte in cui mi prendo una pausa dai miei pensieri, passa un autobus dietro di me a tutta birra sui sampietrini, e mi sveglio di colpo per tornare alla mia potenziale giornata di merda. Mi viene in  mente che domani è la festa dei lavoratori, e l’atarassia inizia a svanire lentamente. Mi guardo intorno per trovare un diversivo, perché sento che il mio equilibrio psichico inizia a diventare precario per la rabbia: sono ossessivamente ed eternamente consapevole del fatto che troverò un lavoro vero intorno ai 35 anni, ammesso che sia il lavoro che voglio. E’ vero che tendo sempre a notare prima il lato negativo delle cose per non farmi illusioni, ma oggi intorno a me il contrasto è  troppo evidente: un via vai di africani con gli occhi gonfi e le buste piene cammina con le scarpe sfondate dai chilometri. Loro sono già a lavoro. Uno si ferma, mi mostra la foto di suo figlio su una fototessera un po’ ingiallita, che forse non è nemmeno la sua. Mi chiede di comprargli del riso ma purtroppo non ho più soldi per accontentarlo: l’ennesima delusione sul suo viso. Certo, è  normale: è una scena a cui assisto con una media di 5 volte al giorno, così tanto spesso che ormai anche io sono anestetizzata da un’indifferenza che fa così: “perché voi venditori di rose non capite che nessuno ve le vuole più comprare almeno dal 1960? Perché voi altri vi ostinate a vendermi calzini nell’esatto momento in cui ce l’ho ai piedi? Perché quegli stupidi occhiali luminosi, e lucine, gingilli e  fazzoletti?” Per non cadere nella trappola pietismo, cerco di razionalizzare la realtà davanti ai miei occhi: mi sono chiesta tante volte del perché il racket delle vendite ambulanti si concentri su articoli che non interessano proprio a nessuno. Credo che si possa spiegare così: la categoria invisibile di quei venditori è così esclusa dal tessuto sociale da non riuscire a coglierne nemmeno i cambiamenti di gusto, di necessità, di contesto. Un altro (l’ennesimo) fallimento dell’integrazione.

Domani però è giust’appunto la stramaledetta festa dei lavoratori, ma solo di quelli in regola. Per tutti gli altri sarà un’altra giornata senza fortuna, un’altra prova di resistenza, un’altro loop di sospiri, un’altra maratona senza vincitori.

Le origini del primo maggio sono assolutamente nobili, di una portata rivoluzionaria grandiosa, nessuno lo nega: le battaglie operaie di fine ‘800, l’Internazionale dei lavoratori, la rivolta di Haymarket, la creazione dei sindacati confederali. La storia è tutto quello che siamo, ma diventa un’opinabile orpello culturale (esattamente come questa insopportabile definizione) se non sia sa gestire il presente.

Cos’ha da festeggiare uno stato sociale che permette un tale gap sociale? Un fenomeno così evidente anche nella grassissima Bologna, capoluogo di una regione con il 6% di disoccupazione in calo: una bolla di città dove la realtà è solo un punto di vista, ma intendo il più facile. Cos’hanno da festeggiare i braccianti del Sud-Italia, schiavi del caporalato dei pomodori? Senza lamentarci, ma valutando razionalmente la questione, cosa abbiamo da festeggiare noi uaglioni italiani pieni di vita, di contenuti, di visioni, di voglia di fare e di amore per il nostro Paese? Io domani non festeggio perché il lavoro non ha uno straccio di valore se ancora non è alla portata di tutti: è solo una parola che sta nella Costituzione, solo l’ennesimo pennacchio culturale che non sento mio. Io domani, nel limite delle mie precarie possibilità, scelgo di lavorare perché è sicuro che non sarò l’unica a farlo. 

 

VM

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Chi sono: Mi chiamo Vittoria Montanaro, ho 23 anni e studio Scienze Politiche all’Università di Bologna, una meravigliosa e maleodorante città che mi ha adottata nel 2014, nutrendomi senza chiedere nulla in cambio. Ogni mattina a colazione leggo almeno due giornali (mi si fredda sempre il caffè) e appena posso cerco di documentare qua e là in giro per mondo. Il mio grande progetto è quello di diventare giornalista. Perché? Perché voglio porre domande importanti anche se conosco già la risposta, perché sono convinta che la grandezza di questo lavoro sia quella di rappresentare un’alternativa tra la scelta fatale di essere cane o padrone. Per me fare giornalismo vuol dire stare nel corridoio tra le sponde del Mar Rosso, avere la rara possibilità di poter essere elastici, liberi di cambiare corsia, liberi di osservare e di determinare il nostro tempo senza l’obbligo di doverlo rappresentare. L’asino: Ho creato questo Blog da sola nel 2017, dopo aver avuto esperienze di lavoro presso grandi e piccole testate locali. I tentativi non si esauriscono e sto ancora cercando una pagina bianca da riempire che porti il mio nome. Perché l’asino? Un asino è una creatura piena di artismo intuitivo, talento, vizi virtuosi, paranoie, ossessioni, intuizioni. Quando era piccolo era un intelligente scoppiettante, adesso ci ha fatto l’abitudine. Odia fare sport perché vuole allenare il muscolo del cervello. Sembra un animale forte e indipendente, ma a volte ride a battute tristi solo per condividere con gli altri. Di sera preferisce guardare in cielo, di giorno a terra. Non trova mai un posto libero in treno quando va a lavoro: non è importante stare comodi. Sa che a volte è necessario obbedire agli ordini di qualcun altro per continuare a crescere. Quando è solo basta a se stesso. Vive da gavetta ma sta costruendo un piccolo mondo intorno a sé, coi risparmi di tanti straordinari. Si adatta per umiltà, per necessità, per onestà, ma non dimentica di essere potente, non dimentica di potere. Aspetta di avere la Penna dalla parte del manico, e di poterci campare, per diventare finalmente ciò per cui è nato: un traduttore della realtà. Spesso ha paura di sognare troppo in grande, tipo quando si accorge che tanti coetanei asini lo guardano come un estraneo alla loro conformità. Ma c’è qualcosa che lo tiene vivo, che è più rassicurante della popolarità, più profondo della solitudine, più allettante del relax, più esteso dei social network: quella roba lì è la passione. Che cosa è sopravvalutato? Che cosa non lo è?h

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