Vlog: Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia- 5/4

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Giorno 4 parte 2: “Così è la vita”

Quindi dicevamo che oggi è il grande giorno: ci  mettiamo in fila per l’incontro con Marco Damilano (direttore dell’Espresso, nonché padre dello Spiegone) e Aboubakar Soumahoro, sociologo e sindacalista del coordinamento dei lavoratori agricoli Usb e nello specifico dei braccianti del Meridione. In Piazza IV Novembre si sta formando una coda che pare arrivi fino al confine con il Lazio.

Ci troviamo nell’intestino di questo Snake livello 1000 e sotto il sole che brucia, prendendo tutte le precauzioni, facciamo amicizia con i meravigliosi ed eccentrici vicini di fila chiedendoci se entreremo mai all’incontro.

C’è da dire che, mentre si sente spesso parlare male dell’evoluzione darwiniana degli italiani, nessuno sa che sono diventati dei veri pro nel saltare le file: si muovono in gruppi da 3/4 e ti passano davanti a testa alta in corsia preferenziale, senza il minimo accenno di vergogna, cacciando quelle scuse abiette detipo: “eh ma la nostra amica ci ha tenuto il posto”, oppure “sono andato un attimo a comprare un cavalluccio a dondolo”. Ma io che ti devo dire? Ormai ho capito che chi fa lo stronzo po’ esse tanto di destra quanto di sinistra!

Entriamo, tirando un sospiro di sollievo perché siamo tra gli ultimi 20, mentre molta gente è rimasta fuori. A pochi giorni dal “A me non me sta bene che no” di Simone di Torre Maura, questa fila lunghissima assume un significato particolare e i nostri speaker ne sono ben consapevoli: prima di iniziare l’incontro ci passano di fianco per andare a salutare e a ringraziare chi è rimasto fuori. Un gesto tanto semplice quanto coerente: restiamo umani con tutti gli esseri umani. Sentiamo l’aria che spostano riempirsi di energia, i nostri chakra sono già aperti ancora prima di sentire le loro parole. Piccola parentesi biografica: Aboubakar Soumahoro è un trentottenne italoivoriano, ex bracciante, sindacalista Usb (Unione Sindacale di Base), con una laurea in sociologia presso l’università Federico II di Napoli e una vita passata a lottare per i diritti dei diseredati, dei braccianti sfruttati dal caporalato della raccolta dei pomodori, dei migranti e scrittore di Umanità in rivolta, suo primo libro che ci presenterà durante questo incontro. Lo scorso 8 agosto 2018 è stato l’organizzatore della “marcia dei berretti rossi”, i berretti che indossavano i 16 braccianti agricoli per proteggersi dal sole morti durante un incidente stradale nel foggiano; il berretto che indossava Soumaila Sacko, sindacalista del Mali, ucciso a fucilate in Calabria da un italiano nei primi giorni di insediamento dell’attuale governo, che era tutto intento a festeggiarsi. Subito ci fa capire come la marcia sia uno degli strumenti di protesta più efficaci che ci siano. Nei primi step del percorso di affermazione dei diritti delle minoranze, la marcia è un corno di battaglia che serve a dire agli altri: noi esistiamo, siamo vivi e abbiamo sufficienti energie per combattere. L’aria nella sala si fa rarefatta, la pressione aumenta e intuisco che qualcosa di grande sta per prendere forma dalle parole di Aboù: la storia, la storia si sta compiendo davanti ai nostri occhi. Ci racconta dell’episodio che probabilmente lo ha reso quel ragazzo caparbio e fiero che è oggi: anni fa, mentre camminava sul ciglio di una strada assolata in una provincia del monzese, qualcuno gli sfreccia di fianco con l’auto urlandogli: “tu sarai sempre a piedi”. Una frase boomerang che può solo tornare indietro a chi l’ha pronunciata sotto-forma di disperazione. Aboubakar con la forza di un giovane leone ruggisce spianando la preoccupazione piombata di colpo in sala. Si sente un privilegiato a camminare ancora a testa alta sotto il sole, a dare il giusto tempo alle azioni che lo richiedono. E Damilano cita i passi del suo libro: “Per marciare serve una meta, un obiettivo, una destinazione e servono dei compagni di strada: marciare è un’azione comunitaria, un’azione collettiva, un’azione che si fa insieme ad altri.” Primus inter pares, Aboubakar si fa portavoce degli ultimi, degli emarginati, e degli inascoltati, includendo anche noi in sala, espandendo quel senso comune e chiamandoci tutti “compagni”. Semplice no? Siamo tutti compagni nel condividere lo stesso suolo terrestre, lo stesso cielo, gli stessi limiti, la stessa grandezza: tutti figli della stessa mamma (altro che confini!). La violenza di certe parole vuote oggi viene strumentalizzata per fare rumore. Ma è un’equazione che non funziona e che non ha lungimiranza. “Questo camminare – spiega Aboubakar – non è un atto individuale: significa andare insieme contro la tempesta della retorica, della propaganda che trasforma la parola da vento delicato che ci sfiora a una freccia che sostituisce la violenza stessa.” La violenza di un rumore che può essere contrastata dall’armonia della marcia collettiva. _MG_6629

Usciamo dalla sala un po’ prima degli altri, ma con gli occhi lucidi come tutti, per metterci nuovamente in fila per Propaganda live, e mentre attraversiamo i corridoi, Aboubakar ci passa inaspettatamente davanti con il suo libro in mano -la sua bandiera-, scuotendo l’aria intorno ai nostri fogli di appunti e intorno ai nostri capelli pieni di speranza, in un attimo eternamente intenso che non dimenticherò mai. Cammina a passo deciso questo ragazzo, con la forza dignitosa e irreprensibile di chi non si volta mai indietro, di chi insegue l’orizzonte di un’idea, di chi combatte –per se e per tutti noi- una battaglia che si appresta a vincere in ogni caso: è la forza vitale di un uomo tra gli uomini, una forza che piega la violenza con il giusto e il vero

Qui, oggi, in questo momento, ho capito quanto vale il singolo passo di un uomo che va nella direzione giusta._MG_6623

Ci mettiamo in fila, vogliamo essere le prime a entrare per Propaganda! Quante volte ci ha fatto sentire in compagnia con le nostre idee durante un solitario pranzo domenicale, quante volte abbiamo escogitato piani malefici per farci invitare in trasmissione, ce ne fosse andato bene uno… Siamo eccitate, OIDDIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO! 4 ore di fila ragazzi… ci accrocchiamo un aperitivo barbonazzo in strada e inizia lo show.

Finalmente le porte del Teatro Morlacchi si aprono, e con una carica più feroce di quella che ci mettono i malati di shopping quando si aprono le porte del Black Friday, ci catapultiamo dentro per prendere i posti in primissima fila: voglio che mi arrivino le sputacchie di Zoro in faccia. Non sono una megalomane in cerca di attenzioni, ma pretendo che sia indimenticabile perché ci credo troppo in quello che fanno: credo che Propaganda abbia rivoluzionato i canoni della TV in diretta rendendola umana e molto poco Pippo-Baudiana, facendo esattamente quello che semplicemente ti aspetti venga fatto in TV: esaltare gli errori dell’improvvisazione, portare alla ribalta gemme e punti di vista validi ma tremendamente sottovalutati, cazzeggiare anche parecchio. E poi lo stile Gonzo-Journalism (lunga vita ad Hunter Stockton Thompson) è na roba che, senza giri di parole, c’ho nel DNA da quando lo spermatozoo di mio padre fecondò l’ovulo di mia madre.

Stasera, l’ultimo evento del festival di Perugia funziona come un digestivo (il tuo preferito) concludendo in  bellezza la settimana, senza stroppiare: gli amici di Propaganda fanno una sorta di collage di tutti momenti top dell’annata. Zoro e Missouri4 sono gli unici carichi, gli altri (Celata, Schianchi, Damilano…) sotto letteralmente spalmati in fase di defaticamento su divanetti di pelle nera. Zoro ha una capacità unica di gestire lo show in una modalità di botta e risposta con il pubblico che fa metà dell’evento. 

Sicché appena chiede se ci siano volontari tra il pubblico, ecco che Francesca alza la mano prima che abbiano finito di parlare e urla “IOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO” con un alito di vinello così forte che allarga il buco dell’ozono, e subito diventa l’aiutante di Missouri4 partendo in giro per il teatro a raccogliere domande del pubblico. “Mi chiamo Francesca e studio arti visive per dare un senso all’arte contemporanea”… e BAM, ecco il teatro in visibilio!

E per restare in tema con il mantra veronese della settimana “Dio, Patria e Famiglia”, spunta pure la madonna di Guadalupe per benedire la sala: il souvenir che Pierfrancesco Citriniti ci ha portato dal Messico con Deliveroo, da poter ammirare in tutta la sua sobrietà. Du’ capolavori in stile rococò:

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Ridendo e scherzando è già l’una di notte (il nostro Flixbus per Bologna parte alle 2), e io e Federica iniziamo a lanciarci occhiate impanicate perché Francesca ormai è con gli dei e non ha intenzione di scendere dall’Olimpo. Che facciamo? Le pensiamo tutte e alla fine decido bell’e buono di urlare a Zoro: “Oh, ci chiami Francesca col microfono perché dovemo annà a prende l’autobus?” La musica si ferma, tutto il frastuono viene risucchiato in un imbuto di silenzio…oddio che cazzo ho detto, mo mi lapidano! Invece partono le risate e mi sento graziata per un pelo! Madonna che sensazione orribile parlare mentre ti ascoltano 800 persone. Zoro percepisce il mio disagio e inizia pure lui a chiamare Francesca, che però continua a non voler affrontare la realtà. In ogni caso il nostro lavoro di squadra fa sì che qualcuno, avendo sentito quell’appello accorato, decide di offrici un passaggio in macchina per permetterci di concludere la serata fino alla fine. Meglio di così non ci poteva andare! Arriviamo alla fermata con abbondante anticipo e una volta salite sull’autobus (una puzza di piedi che nessuna parola potrà mai rendere) ci dissolviamo nella notte che scompare dietro di noi, chiudendo il sipario di un’avventura. Tutti i grandi viaggi finiscono sulla circolare 33 a 1.50€ che parte dalla stazione Centrale.

 

Ragà io non so più come dirvelo: iniziate a venire al Festival del Giornalismo pure voi! 

Con Amore, Passione e Attitudine

Vittoria Montanaro

Francesca Piazza

Federica Carducci (fotografa infotografabile)

Dedicato a Soumaila Sacko e a tutti quelli che lottano sotto il sole

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Chi sono: Mi chiamo Vittoria Montanaro, ho 23 anni e studio Scienze Politiche all’Università di Bologna, una meravigliosa e maleodorante città che mi ha adottata nel 2014, nutrendomi senza chiedere nulla in cambio. Ogni mattina a colazione leggo almeno due giornali (mi si fredda sempre il caffè) e appena posso cerco di documentare qua e là in giro per mondo. Il mio grande progetto è quello di diventare giornalista. Perché? Perché voglio porre domande importanti anche se conosco già la risposta, perché sono convinta che la grandezza di questo lavoro sia quella di rappresentare un’alternativa tra la scelta fatale di essere cane o padrone. Per me fare giornalismo vuol dire stare nel corridoio tra le sponde del Mar Rosso, avere la rara possibilità di poter essere elastici, liberi di cambiare corsia, liberi di osservare e di determinare il nostro tempo senza l’obbligo di doverlo rappresentare. L’asino: Ho creato questo Blog da sola nel 2017, dopo aver avuto esperienze di lavoro presso grandi e piccole testate locali. I tentativi non si esauriscono e sto ancora cercando una pagina bianca da riempire che porti il mio nome. Perché l’asino? Un asino è una creatura piena di artismo intuitivo, talento, vizi virtuosi, paranoie, ossessioni, intuizioni. Quando era piccolo era un intelligente scoppiettante, adesso ci ha fatto l’abitudine. Odia fare sport perché vuole allenare il muscolo del cervello. Sembra un animale forte e indipendente, ma a volte ride a battute tristi solo per condividere con gli altri. Di sera preferisce guardare in cielo, di giorno a terra. Non trova mai un posto libero in treno quando va a lavoro: non è importante stare comodi. Sa che a volte è necessario obbedire agli ordini di qualcun altro per continuare a crescere. Quando è solo basta a se stesso. Vive da gavetta ma sta costruendo un piccolo mondo intorno a sé, coi risparmi di tanti straordinari. Si adatta per umiltà, per necessità, per onestà, ma non dimentica di essere potente, non dimentica di potere. Aspetta di avere la Penna dalla parte del manico, e di poterci campare, per diventare finalmente ciò per cui è nato: un traduttore della realtà. Spesso ha paura di sognare troppo in grande, tipo quando si accorge che tanti coetanei asini lo guardano come un estraneo alla loro conformità. Ma c’è qualcosa che lo tiene vivo, che è più rassicurante della popolarità, più profondo della solitudine, più allettante del relax, più esteso dei social network: quella roba lì è la passione. Che cosa è sopravvalutato? Che cosa non lo è?h

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