Vlog: Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia- 3/4

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Giorno 3- “Fare i conti con la realtà dei fatti”

 

Buongiornissimo Perugia!!

Svegliarsi è stato meno faticoso del solito, anche perché ci sono fragole croccanti fuori stagione a colazione, che ci danno il pretesto per aprire la bocca mentre sfogliamo la brochure del festival per le 72sima volta come un album di figurine a cui siamo particolarmente legati. Oggi sarà una giornata croccante esattamente come quelle fragole. Alle 11 si parte con Mentana al Teatro Morlacchi, quindi ci diamo una mossa e saliamo forte le strade che ci portano in centro. 

La fila per Chicco Mentana (questa confidenza è dovuta al fatto che lui è nostro amico immaginario da molto tempo, anche se non lo sa) a ‘sto giro è veloce e scorre come un calamaro intorno alle strade del teatro: oggi c’abbiamo il sole sia dentro che fuori. A Bologna, in un giorno qualunque, staremmo camminando ognuno la verso propria facoltà universitaria, per affrontare l’oscillazione quotidiana tra presabbene/presammale, potenza/inettitudine, cultura/capronaggine. Oggi no: oggi abbiamo la possibilità di incontrare la star dell’ultima parola, il domatore di webeti, il giornalista più super partes che ci sia oggi in Umbria, e lasciarci guidare da lui nella realizzazione della giornata. Siamo subito dentro, prendiamo posto nel palchetto che diventerà quello privato della famiglia Real(e) Monnezza . Nel Settecento dovevi scialacquare la tua eredità in ceroni e parrucconi per essere seduto al nostro posto, e noi siamo senza soluzione di continuità perché Gregorio ci rassicura che invece lui il parruccone ce l’ha. 

Grandi applausi ed ecco che Mentana entra in scena come se fosse reduce da una maratona, con quell’alone di gloria invisibile che lo scorta dappertutto. Si parte subito senza giri di parole, anche se riportare il suo discorso è un po’ come voler raccogliere l’acqua del mare in un secchiello o smacchiare panda: 

  • Oggi tutto viene messo in discussione e Salvini vuole andare fuori dalla storia. Ma non si fanno prosopopee sull’effettiva situazione di merda e sul crollo in scala di valori a cui stiamo assistendo. Si parte subito dal ruolo del giornalismo: oggi non basta fare opinionismo perché il partito preso è la cosa più facile del mondo. Il ditino alzato crea solo divisione e la frase di condanna va contestualizzata, altrimenti c’è il rischio che si allarghi a macchia d’olio. Il “dove andremo a finire?” senza un’analisi di base non serve a niente e il giornalismo non può essere di parte (e lo dice uno come Mentana che evita di votare, forse per sfiducia o in extremis per far fede a questa sua posizione super partes con la massima coerenza). Il giornalismo non è il parnaso degli dei: ti permette di scendere a patti con il business della notizia e allo stesso tempo con la rigidità delle tue convinzioni
  • Nella seconda parte del discorso, Mentana fa un cosa che ho apprezzato molto e che al festival non è stata certo la portata principale dei tanti incontri che ci sono stati: critica con una lucida analisi la sinistra italiana, partendo dal fenomeno delle periferie, dove il PD appare solo in campagna elettorale, lasciando un vuoto che nel frattempo viene colmato da movimenti di estrema destra populista. E la responsabilità della sinistra cresce se si pensa che dalla sua assenza è nata la grande narrazione del “prima gli italiani”. Salvini ha iniziato a crescere dopo il governo Monti, e la sua ascesa ha innescato un meccanismo tale per cui gli ultimi sono odiati dai penultimi e così via: quasi i germi di un odio di classe. Individui come lui, con i buchi celebrali simil-groviera, cercano di riempire certi vuoti spostando l’attenzione verso ciò che non è davvero un pericolo, se non per la loro capacità di gestire situazioni critiche come i campi Rom.*I seguaci del disumano sono affetti da una cecità virale e bianca, come quella descritta da Saramago: una cecità lattea e luminosa che può facilmente essere scambiata con la luce di conquista in fondo al tunnel. Una pseudo illuminazione che paradossalmente conduce a brancolare nel buio (quello della ragione)*. Il Congresso delle famiglie per Mentana (e anche per noi) è stata una mossa elettorale per accaparrarsi i voti delle minoranze e dei tradizionalisti: le leggi civili esistenti  non verranno mai toccate da nessuno, e questo il nostro Ministro dell’Interno lo sa bene. Ma c’è da dire che il povero elettorato giallo-verde, che la sinistra (genitore distratto dal lavoro) ha disconosciuto come un figlio che ha preso una brutta strada, è frutto di un malumore pregresso: il 4 marzo 2018 il Mezzogiorno italiano ha dato un voto di “vaffanculo” e d’opinione, e questo non si può disapprovare con troppa facilità, per partito preso appunto. E’ come se la sinistra non avesse colto in tempo la compattezza di un sentimento dilagante e negativo che nel frattempo diceva “mo ve faccio vede io”. E ciò che oggi si inizia a intravedere è che quello non è stato solo un voto di sfogo, ma un cambio netto di rotta con l’urlo di battaglia “mai più quelli là”. Il sogno della redistribuzione sociale è un fanale sempre acceso negli occhi degli italiani, in primis c’è da fare i conti  con questo. Il PD è un partito stanco che non sa creare una vera alternativa: ha già usato tutta la classe dirigente, si è consumato come un cerino al suo interno e non ha più elementi di contrasto. Oggi la democrazia è quella cosa per cui chi vince governa e chi perde rosica.

Dulcis in fundo, Mentana parla di Open: il giornale/allucinazione nel quale abbiamo sperato di entrare puntando tutto sull’originalità della nostra lettera di candidatura. Ammetto, per onestà intellettuale, che il primo giorno di vita di Open, avevo ancora una ferita aperta nell’orgoglio e leggendolo non ho potuto resistere dal fare qualche commento acido e rosicone sul format abbastanza primitivo della pagina, si: mi aspettavo un’avanguardia che scuotesse le fondamenta stesse dell’informazione giovanile online. Questo per riallacciarmi al discorso di Mentana contro chi, dall’alto della sua torre d’Avorio, critica Open senza considerare quanta fatica e quanti investimenti ci sono dietro: “ma perché non lo fondate voi un giornale per giovani di tasca vostra?”. Chi critica e non fa, riempie criticando il vuoto dell’astensione. E nonostante io sia stata rifiutata, non posso non considerare il rischio corso da Mentana e la dedizione con la quale, in tempi in cui tutto corre alla velocità di un FrecciaRossa, ha letto e risposto a più di 20.000 mail. I giovani di oggi sono stati fottuti dalla classe giornalistica precedente per il fattore sopravvivenza: questa contraddizione in termini mi fa malinconicamente sorridere perché ho sempre pensato che la grandezza di questo lavoro fosse quella di rappresentare un’alternativa tra fottere ed essere fottuti, che fosse il corridoio tra le sponde del Mar Rosso, che fosse la possibilità di evitarsi la scelta fatale tra

Adesso abbiamo un po’ di tempo, e iniziamo a cazzeggiare  tra uno snack e un book fotografico…

fintanto che non decidiamo di rimetterci in fila un paio d’ore per Roberto Saviano: sono particolarmente curiosa di sentirlo perché probabilmente parlerà della vicenda dei 49 milioni e del fatto che Salvini l’ha portato in tribunale per diffamazione. Il ragionamento complessivo di Saviano non è propriamente legato da un filo conduttore: sembra più un calderone di conoscenze sulle mafie che applica talvolta agli atteggiamenti di Salvini, da lui definito” il ministro della malavita”. Sono molto scettica sull’autore di Gomorra: l’ho persino inserito nella mia tesi di triennale come inventore di un nuovo genere letterario, il non-fiction novel, ma sono ripiena di precauzioni come un tacchino, avendo letto molte -anzi troppe- critiche rivoltegli da intellettuali italiani, sul suo modo di diffusione della cultura, e sul fatto che il progetto di Gomorra (libri, film, serie tv) sia poi un’arma a doppio taglio nel possibile tentativo di emulazione. Mi è sempre sembrato un po’ commerciale nei contenuti e per me il mainstream perde un po’ di fascino. Ma diciamocelo: Saviano è un esiliato, ed è giusto che le sue parole, anche se un po’ goffe, vadano a mirare bene l’obiettivo: è un Dante dei giorni nostri, un Dante che si è fermato a raccontare l’Inferno. Tra i noccioli dell’incontro, che vanno snocciolati partendo dalle frasi-bomba che Saviano lancia:   

  • Parlare vuol dire far esistere e il verba volant non vale per tutte le cose. E’ l’anticamera del cambiamento, e su questo gli crediamo sulla parola.
  • Gli epiteti delle mafie sono parole dei giornalisti: quando Salvini a Rosarno urla ai quattro venti che la ‘Ndrangheta gli fa schifo, sa che non sta rinnegando direttamente i capi mafia della Calabria perché è il mondo dell’informazione che li classifica così, e quindi sa che nelle sue parole di sdegno non c’è una presa di posizione di alcun tipo, ma solo una gran paraculata. Perché? Perché esponenti leghisti calabresi, come Vincenzo Cusato hanno legami familiari acquisiti con esponenti dei clan Pesce e Bellocco. Ed è cosa ormai risaputa che i vincoli familiari siano uno dei modi per entrare nel giro della malavita a mani pulite. E’ altrettanto strano che 7 dei famosi 49 milioni, siano stati trasferiti da Francesco Belsito, tesoriere della lega, in conti in Tanzania, Cipro e Norvegia: depositi di denaro di grandi operazioni di riciclaggio delle nuove mafie. E di quei 49 milioni dei cittadini italiani, in parte rimborsatigli per le spese elettorali regionali nel 2008, Salvini come faceva a ignorarne a provenienza?
  • L’efficienza della velocità trafigge più cuori rispetto alla complessità di un presunto tranello e infatti la grande narrazione populista punta sulle dichiarazioni flash che rimangono spesso sul vago e sul generale perché è difficile disinnescarle e, per alcuni, anche contraddirle. Per un elettorato stanco le affermazioni brevi e nette risultano più affidabili dei ragionamenti strutturati, che sanno automaticamente di impiccio e imbroglio, di casta e di elite. Allo stesso tempo la lenta strategia autoritaria leghista, che non ammette dissenso tra le sue fila, è contrapposta alla velocità con cui mette in piedi le impalcature della sua retorica con un sistema in via di perfezionamento che conquista i social così come le piazze. 

 Saviano è un domatore di grandi fuochi senza mezze misure. La spregiudicatezza delle sue dichiarazioni mi fa riflettere: quell’approssimazione ai grandi argomenti, che tanti intellettuali percepiscono come una truffa e una carenza di professionalità (o in casi brutali come pseudo-eroismo) ai miei occhi è di colpo diventata l’unica maniera per trattare direttamente con il marciume di un sistema che prospera sull’omertà, sulla legittimità delle sue pratiche e sull’abitudine di chi ci vive dentro. Parlare la lingua delle mafie, tradurla e consegnarla al grande pubblico perché la esorcizzi una volta per tutte, richiede una gran voce. Sono convinta che il potente eco di Saviano possa pian piano diserbare quei terreni di malerba creando tra le persone la preziosa capacità di discernimento tra cosa e giusto e cosa è sbagliato: ecco perché il suo lavoro non è indirizzato a noi coscienti del pericolo, ma è forse la più grande dedica d’amore mai fatta ai napoletani, e a chi come loro si scontra ogni giorno con la durezza di certe leggi davanti alle quali non esiste possibilità di obiezione. E’ stato il dibattito più passionale di tutti, quello che ha fatto versare qualche lacrimuccia di troppo, ma di certo il meno giornalistico da un punto di vista scientifico del metodo. Però a volte è anche giusto così: l’emozione crea un rapporto intimo con i fatti, un filo sottile grazie al quale riusciamo ancora a trovare la forza propulsiva di combattere certe battaglie. 

Ogni tant ‘na bella nutizia: tornando a casa notiamo che qualcuno ha giustamente divelto il manifesto di quell’ovulo cieco che è Forzanuova, che per i nostri gusti sta alzando un po’ troppo la cresta

Siamo stanchi morti e c’abbiamo ‘na bella matassa interiore da metabolizzare. Vorremmo solo fluttuare nell’assenza di pensieri logici per un po’ di ore, quando Gregorio ci dice che tornerà a casa quella stessa notte! “Ma come???”- facciamo noi mascherando la trishhtezza- “Ti perdi l’ultimo giorno, il migliore?” Ma lui sta bene così, ha partecipato a un incontro sull’uccisione di un giornalista nell’ambasciata saudita a Istanbul e uno degli speaker, ‘sto Bobby Gosh, lo ha letteralmente rapito, privandolo del suo tipico fascino ermetico e reticente… ma lo capisco, per incontrare Diego Bianchi al supermercato venderei la mia anima a Libero (madò forse ho un problema).

Cerchiamo di non pensare al fatto che Gre sta andando via, allora tra donne ci finiamo quella bottigliozza di Chianti avanzata di ieri, ballando come femmes fatales per fare le ciniche superiori a cui importa solo del proprio benessere.

Ma la copertura crolla quasi subito perché Gre ormai ha deciso… deve tornare a prendersi cura delle sue piante. Visibilmente a pezzi, inizio a sfogarmi sulle doppiepunte che mi ritrovo: se un compagno ti abbandona è solo questione di tempo prima che inizino a farlo tutti gli altri. 

La stanchezza ci rende malinconiche, allora ci stringiamo tutte e tre forte forte nel lettone (io in mezzo) e ci lasciamo finalmente fluttuare sopra le luci di Perugia che stanotte sembra la Via Lattea. 

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Chi sono: Mi chiamo Vittoria Montanaro, ho 23 anni e studio Scienze Politiche all’Università di Bologna, una meravigliosa e maleodorante città che mi ha adottata nel 2014, nutrendomi senza chiedere nulla in cambio. Ogni mattina a colazione leggo almeno due giornali (mi si fredda sempre il caffè) e appena posso cerco di documentare qua e là in giro per mondo. Il mio grande progetto è quello di diventare giornalista. Perché? Perché voglio porre domande importanti anche se conosco già la risposta, perché sono convinta che la grandezza di questo lavoro sia quella di rappresentare un’alternativa tra la scelta fatale di essere cane o padrone. Per me fare giornalismo vuol dire stare nel corridoio tra le sponde del Mar Rosso, avere la rara possibilità di poter essere elastici, liberi di cambiare corsia, liberi di osservare e di determinare il nostro tempo senza l’obbligo di doverlo rappresentare. L’asino: Ho creato questo Blog da sola nel 2017, dopo aver avuto esperienze di lavoro presso grandi e piccole testate locali. I tentativi non si esauriscono e sto ancora cercando una pagina bianca da riempire che porti il mio nome. Perché l’asino? Un asino è una creatura piena di artismo intuitivo, talento, vizi virtuosi, paranoie, ossessioni, intuizioni. Quando era piccolo era un intelligente scoppiettante, adesso ci ha fatto l’abitudine. Odia fare sport perché vuole allenare il muscolo del cervello. Sembra un animale forte e indipendente, ma a volte ride a battute tristi solo per condividere con gli altri. Di sera preferisce guardare in cielo, di giorno a terra. Non trova mai un posto libero in treno quando va a lavoro: non è importante stare comodi. Sa che a volte è necessario obbedire agli ordini di qualcun altro per continuare a crescere. Quando è solo basta a se stesso. Vive da gavetta ma sta costruendo un piccolo mondo intorno a sé, coi risparmi di tanti straordinari. Si adatta per umiltà, per necessità, per onestà, ma non dimentica di essere potente, non dimentica di potere. Aspetta di avere la Penna dalla parte del manico, e di poterci campare, per diventare finalmente ciò per cui è nato: un traduttore della realtà. Spesso ha paura di sognare troppo in grande, tipo quando si accorge che tanti coetanei asini lo guardano come un estraneo alla loro conformità. Ma c’è qualcosa che lo tiene vivo, che è più rassicurante della popolarità, più profondo della solitudine, più allettante del relax, più esteso dei social network: quella roba lì è la passione. Che cosa è sopravvalutato? Che cosa non lo è?h

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