Vlog: Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia- 2/4

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Giorno 2 – “I politici vanno, i giornalisti restano”

 

E’ una nuova bellissima e assolata giornata a Perugia: la mecca del giornalismo alla sua XIII edizione. Tutto è nato nel lontano 2006 dal progetto, tutt’ora senza comitato scientifico e direttori artistici, di Arianna Ciccone e consorte. Ogni evento è a ingresso libero e per 5 giorni la città diventa un carnet di appuntamenti tête-à-tête con gli idoli di una vita (che in qualche caso ti invitano a bere un caffè), un teatro della storia che si compie davanti ai tuoi occhi, uno tsunami di pensiero globale tramutato in azione e soluzione: cioè ‘na specie di ricetta 3 stelle Michelin per combattere il senso di impotenza quotidiano.

Vabbè è chiaro: il germe del festival ci ha infettati completamente e in questo caso siamo NO-VAX assatanati. Nulla ci distoglierà dal seguire il nostro programmino di conferenze , siamo tutti più o meno in salute, la nostra pelle riluce di beltà giovanile e sopratutto siamo riusciti ad emanciparci dalla nostra situazione precaria (grazie luca) e ad entrare nell’appartamentino al sesto piano che abbiamo prenotato su Airbnb in una zona della città che è l’equivalente di Poggioreale versione bacio perugina mignòn. Oggi tra l’altro ci raggiunge Federica, la terza foto-giornalista in erba che porterà una dose di professionalità a ‘sta combriccola di funamboli. 

 

Usciamo di casa per raggiungere il centro (20 min di salita e mi sento già una bronza di Riace) e questo è il Buongiorno in cui ci imbattiamo sotto quello che dovrebbe essere un ufficio postale. 

 Sforzandoci lo possiamo pure capire il concetto forzanoviano dell’infamia (ovvero la loro tipica negazione dell’evidenza storica), ma la dietrologia della perversione all’inizio ci è sfuggita del tutto. Solo giorni dopo abbiamo realizzato che Vladimir Luxuria era tra gli speaker del festival (alle nostre orecchie tutto normale, un’umana tra gli umani)… ma per quegli amabili roditori è stato il pretesto per agitare le code e gridare al vento.

Comunque… siamo acute opinioniste di sinistra, belle, estrose e sagaci e con la risposta pronta ma senza un litro di birra in corpo il freestyle non lo sappiamo fare… any suggestion?

 

Nel tragitto ci imbattiamo in un raro pezzo di arte: un manifesto di Omphalos che ritrae l’attimo prima del limone tra Salvini e il candidato a sindaco FDI di Perugia, Andrea Romizi. Il collettivo perugino LGBTI Omphalos, tra l’altro ha appena citato per diffamazione il senatore leghista Pillon, punta di diamante del progressismo italiano, successivamente condannato al risarcimento di 30.000€ dal tribunale di Perugia. Il senatore ha commentato così  l’accaduto: “Certo è che se difendere le famiglie che non vogliono che i loro figli siano indottrinati con il gender porta a queste conseguenze penso ci sia un problema serio di libertà d’opinione nel nostro Paese. Rifarei tutto, assolutamente sì”. E menomale che rifaresti tutto caro Pillon-Papillon: ti mancava quel tocco di autoflagellazione cristiana tardo-medievale. I veri condottieri invasati non chiedono mai scusa, e le crociate in nome di sacri valori oltraggiati (per Cristo, per la Patria, per la Famiglia) non guastano mai tra l’elettorato mainstream. Questo bacio del dissennatore comunque ci ha guastato un po’ l’appetito: ho pensato all’alito libidinoso di Salvini dopo una lattina fumante di maccaroni&cheese con sottofondo di Toto Cotugno.

 

 

Purtroppo l’incontro con Roberto Fico, presidente della Camera, l’abbiamo saltato perché c’era già troppa fila, e mi è dispiaciuto molto: gli avrei fatto qualche domanda sul nostro estabilishment politico, essendo che mi sembra l’unico grillino avvezzo alla logica e alla dialettica di un confronto verbale (se non condividete la precedente affermazione argomentate pure). Di ripiego siamo finiti però ad un incontro sull’Estrema Destra populista in Europa con Caterina Froio di Science Po, Daphne Halikiopoulou dell’Università di Reading e Leonardo Bianchi di Vice come modulatore, e non c’è andata per niente male.

Tra i nodi del dibattito:

  1. La retorica anti-migrazione dell’estrema destra europea  crea l’accusa di un nemico immaginario da usare come capro espiatorio per tutto quello che non funziona: è una battaglia tra confini interni-esterni nei loop della concorrenza e del pericolo per l’identità nazionale. Lo spreading del populismo di destra è un fattore combinatorio di diverse caratteristiche intellettuali, come un basso livello di istruzione, il contesto in cui si vive e la crisi economica, che infatti ha un ruolo centrale nella propaganda populista.
  2. Il ruolo dei media nel populismo: spesso i giornalisti cadono nel tranello della cattiva pubblicità, che come sappiamo è pur sempre pubblicità, dando l’occasione al leader di rafforzare la propria autorità. La soluzione alla poca incisività dell’informazione di contrasto potrebbe essere quella di mettere in luce la mancanza di competenza nelle interviste, rafforzare i contro-discorsi, contestare le verità innegabili che vengono confezionate a puntino e sfidare i leader su terreni poco sicuri per loro nonostante stiano diventando molto abili nello slalom gigante. Non solo: l’estrema destra europea sta si perfezionando sempre di più nell’uso dei media e nella disseminazione di informazioni, usando il sensazionalismo per attirare l’attenzione di massa.
  3. Qual è il futuro del populismo? Si può combattere il cattivo populismo con del buon populismo? Nonostante si possa affermare che questa nuova ondata politica porti alla ribalta tematiche importanti, a lungo trascurate dal centro-sinistra, la sua natura pop è deleteria per la democrazia perché non fa i conti con l’attuale stratificazione sociale. E ogni atteggiamento o tentativo di cooptazione da parte della sinistra può solo fallire perché chiunque riuscirebbe a distinguere l’originale dalla copia. C’è un’alternativa tra essere scontenti della democrazia ed essere populisti: e l’alternativa è ESSERE CITTADINI ATTIVI.

In questa continua rappresentazione della banalità del male, in cui si vota contro solo per banalità, ci si chiede se l’italia di oggi riposi ancora sullo spettro del fascismo, pronta a riesumarlo come estremo rimedio e se gli episodi della Guerra d’Etiopia siano riproducibili nelle loro atrocità. Chi è l’italiano di oggi? Cos’è il popolo? Credo che sia più plausibile affermare che ad imporsi stavolta è stata la dittatura del mainstream, e che no, l’Italia non è più fascista.

 

In questa continua rappresentazione della banalità del male, in cui si vota contro solo per banalità, ci si chiede se l’italia di oggi riposi ancora sullo spettro del fascismo, pronta a riesumarlo come estremo rimedio e se gli episodi della Guerra d’Etiopia siano riproducibili nelle loro atrocità. Chi è l’italiano di oggi? Cos’è il popolo? Credo che sia più plausibile affermare che ad imporsi stavolta è stata la dittatura del mainstream, e che no: l’Italia non è più fascista.

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io che spillo contatti alla Caterina Froio per scrivere la tesi a Science Po ihihihihih 

 

Ci affrettiamo per l’incontro con Filippo Ceccarelli di Repubblica e Lucia Annunziata, direttrice dell’Huffington Post, per la presentazione del libro di Ceccarelli “Invano: il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”, una rotolata giù per la china nel tentativo di ricostruire la politica italiana nel suo processo di degradazione. Nella prima Repubblica il potere era in prestito direttamente da Dio e “se te sgarravi andavi all’Inferno”. I fascisti  poi crescono nella cultura secondo cui per la patria si può morire, così i caduti diventavano i garanti ideali dell’ideologia e inoltre esercitavano potere sui vivi che avevano atteggiamenti quasi di necrofilia. I comunisti invece erano materialisti e internazionalisti, ma c’era il comunismo che sarebbe arrivato nella storia così “come il giorno segue la notte“: come una grande ruota spinta da tutti. Intorno agli anni ’80 però il miracolo del comunismo non arriva e non succede quello che ci si aspettava. La politica perde l’anima con Berlinguer, che tiene l’ultimo discorso della sua carriera politica in preda ad un ictus e Moro, di cui tutti conosciamo la fine: con queste due morti finisce l’Italia della politica vera che si proiettava nell’aldilà. Quando arriva Andreotti, che pure era in prestito da Santa Romana Chiesa, almeno se lo mandavi all’estero non ti dovevi vergognare, e sia nel bene che nel male non è mai venuto meno alle sue responsabilità penali. Negli anni ’80-’90 qualcuno chiede a Craxi: “scusa Bettino, ma dopo la morte che ci sta?”  “Boh che ne so…primum vivere” risponde lui: ed era un vivere che poi il senso del vivere l’ha perduto nel qui ed ora. Il vitalismo famelico del socialismo fine a se stesso è collassato al suo interno per mancanza di etica, visione e cultura. Con Berlusconi, che esaspera questa visione craxiana dell’ad personam, si passa da Aldo Moro a Lele Mora. Da Renzi in poi la scena politica diventa oscena. Per “questi qua” il potere non è che un modo per ingannare la morte: ma è cascato l’impero romano, vuoi che non caschi anche Salvini?

Conclude la Lucia Annunziata dicendo che “i politici vanno e i giornalisti restano”. Me fido veramente tanto di lei; quale miglior finale?

Ce ne torniamo a casa a preparare una cenetta per la nostra Federica che sta per arrivare con il Flixbus, facendo ovviamente portare la spesa al nostro fido Gregorio. Anche questa seconda giornata finisce bene, e dato che è venerdì e non si molla per niente al mondo, ci guardiano Propaganda Live tutti insieme, nell’eterna contemplazione di Diego Bianchi in arte Zoro, che gli basta respirare per diventare oggetto di intensi amori Stilnovisti. C’avete presente quando balla in solitaria durante la trasmissione (agitando suavemente i polsi e la testa)  indossando quelle T-Shirt intelligentemente personalizzate con sottofondi funky-jazz?…Che ve lo dico a fà! 

‘Sta settimana a Propaganda si mette il focus sul Congresso delle Famiglie: menomale che c’abbiamo ‘na bottiglia di Chianti.

*il vocione di Giorgia Meloni fuoricampo- apriamo la finestra per farlo disperdere nella vallata umbra*

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Chi sono: Mi chiamo Vittoria Montanaro, ho 23 anni e studio Scienze Politiche all’Università di Bologna, una meravigliosa e maleodorante città che mi ha adottata nel 2014, nutrendomi senza chiedere nulla in cambio. Ogni mattina a colazione leggo almeno due giornali (mi si fredda sempre il caffè) e appena posso cerco di documentare qua e là in giro per mondo. Il mio grande progetto è quello di diventare giornalista. Perché? Perché voglio porre domande importanti anche se conosco già la risposta, perché sono convinta che la grandezza di questo lavoro sia quella di rappresentare un’alternativa tra la scelta fatale di essere cane o padrone. Per me fare giornalismo vuol dire stare nel corridoio tra le sponde del Mar Rosso, avere la rara possibilità di poter essere elastici, liberi di cambiare corsia, liberi di osservare e di determinare il nostro tempo senza l’obbligo di doverlo rappresentare. L’asino: Ho creato questo Blog da sola nel 2017, dopo aver avuto esperienze di lavoro presso grandi e piccole testate locali. I tentativi non si esauriscono e sto ancora cercando una pagina bianca da riempire che porti il mio nome. Perché l’asino? Un asino è una creatura piena di artismo intuitivo, talento, vizi virtuosi, paranoie, ossessioni, intuizioni. Quando era piccolo era un intelligente scoppiettante, adesso ci ha fatto l’abitudine. Odia fare sport perché vuole allenare il muscolo del cervello. Sembra un animale forte e indipendente, ma a volte ride a battute tristi solo per condividere con gli altri. Di sera preferisce guardare in cielo, di giorno a terra. Non trova mai un posto libero in treno quando va a lavoro: non è importante stare comodi. Sa che a volte è necessario obbedire agli ordini di qualcun altro per continuare a crescere. Quando è solo basta a se stesso. Vive da gavetta ma sta costruendo un piccolo mondo intorno a sé, coi risparmi di tanti straordinari. Si adatta per umiltà, per necessità, per onestà, ma non dimentica di essere potente, non dimentica di potere. Aspetta di avere la Penna dalla parte del manico, e di poterci campare, per diventare finalmente ciò per cui è nato: un traduttore della realtà. Spesso ha paura di sognare troppo in grande, tipo quando si accorge che tanti coetanei asini lo guardano come un estraneo alla loro conformità. Ma c’è qualcosa che lo tiene vivo, che è più rassicurante della popolarità, più profondo della solitudine, più allettante del relax, più esteso dei social network: quella roba lì è la passione. Che cosa è sopravvalutato? Che cosa non lo è?h

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