Perché ci imbarazza dire in giro che guardiamo Sanremo

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Opinioni

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Il festival della canzone italiana è un marchio di fabbrica che da 69 anni si impone come pennacchio della buona identità culturale italiana. Le sue glorie si cullano su un passato neorealista e sull’onda del benessere di un trasformismo che spalancò le sue porte dorate al grande pubblico, vestito di frac, sigaretta, microfono e bicchiere di cristallo mezzo pieno. E poi Nilla Pizzi, Mina, Mia Martini, Domenico Modugno, il poeta Tenco: tutte leggende cosparse di un mistero artistico, allora sconosciuto alla maggioranza della  generazione di lavoratori che ricostruirono l’Italia con abnegazione e che accolsero la prima tv in casa come una di famiglia. Per anni lo standard dell’essenza italiana fu davvero incarnato da Sanremo, e non è difficile capire il perché: una celebrazione collettiva, festosa e scintillante dei veri sentimenti nazionali, un en plein di romanticismo e passione, un cocktail di brio e frizzantezza, un dimessa e sconsolata lettera d’amore mai giunta a destinazione. A distanza di 69 anni, il festival della canzone fa da frizione alle nuove avanguardie, ostacola il passo per l’emancipazione dell’identità progressista italiana nel mondo e assume i tratti tragicomici di quella vecchia signora imbellettata di memoria pirandelliana. Persino quei personaggi degni di una certa stima intellettuale, a Sanremo si trattengono con una moderazione collaudata, perché l’imponenza di quei valori insostituibili non può essere sabotata da nessuno, pena l’esilio. Ma le responsabilità dello zoppichìo italiano, non sono imputabili a Sanremo, che ne è solo l’effetto. La compattezza dei principi che ci trattengono al passato oggi è una zavorra per tutti quelli che hanno una visuale nuova di questo Paese e sono pronti a farlo sapere agli altri, così come l’apertura alla sperimentazione audiovisiva sembra ancora inusuale. Dopotutto l’italiano è sempre stato sottovalutato dall’establishment politico e pure da se stesso, e ha finito per credere ciecamente nella sua autovalutazione. La bufera mediatica sul brano proposto da Achille Lauro “Rolls Royce” ne è un esempio: non puoi sporcare l’integrità del festival con la presa per il culo, nemmeno quando questa è implicita. E se Baglioni lo difende, è automaticamente complice del sabotaggio. Poca autoironia insomma, e poca autostima, quella che si è sempre percepita sul palco dell’Ariston alla presenza di mostri internazionali come Eminem, Queen e Keanu Reeves. Ma questi valori di solennità nazionale, manco fosse il funerale di Verdi, sono calcificati in memorie che non ci appartengono più. Mi si potrebbe dire che la direzione politically correct del festival rende i contenuti accessibili a tutti, senza discriminazioni di genere e di pensiero, ma far ridere tutti equivale a non far ridere nessuno, e per far ridere tutti la soglia di originalità deve rimanere bassa; non è opportuno ambire a contenuti anomali e sperimentali perché il buon vecchio, ospitale, mangereccio popolo italiano sta bene così, e così si sente degnamente rappresentato nel mondo.

Quindi, perché ci imbarazza guardare Sanremo? Perché abbiamo accesso alle assurdità artistico-espressive di mezzo mondo, sappiamo fin dove si sono alzati i limiti del possibile e sappiamo anche che l’improbabile può essere largamente condiviso, purché sia autentico. Io l’anno prossimo ce lo vorrei vedere lo Sgargabonzi a Sanremo, e voi?

p.s. fate riderissimo

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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