4 chiacchiere con Nemo

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Intervista, Street-art

Intervista senza volto

La sua tag è Nessuno.

Nessuno, proprio come gli umanoidi che dipinge: vittime anonime, senza abiti e senza giustizia. Uomini risucchiati dalle malattie infettive del nostro tempo: solitudine, passività, feticismo delle merci, incapacità di espressione, esibizionismo, camuffamento. Ma il loro grido muto non passa inosservato. C’è qualcosa di primordiale e universalmente comune nei loro affanni che conosciamo bene, e una volta svelata la causa della loro sconfitta ci si sente conquistatori di un piccolo segreto. Sono sparsi qua e là ad ostentare un fallimento da cui consigliano di prendere le distanze, se non vuoi diventare anche tu uno della specie dei molliccioni sfortunati.

Lo incontriamo a Bologna, a dipingere per un pubblico distratto. Ogni tanto una chiacchiera con un appassionato dei suoi lavori, o con un amico, ma con l’attenzione fissa sul suo lavoro. E’ calmo, silenzioso e sicuro delle sue pennellate, le traccia con svogliatezza, come se avesse ripassato quel copione decine di volte, o molto più credibilmente, come se quello non fosse l’habitat naturale dove far germinare il suo lavoro.

E’ tutto improvvisato dice, e mi sa che questo pezzo non lo chiamo in nessun modo. Dopo varie, roteanti congetture, Nemo ci svela la chiave di volta per leggere il suo pezzo: è un uomo ingarbugliato nei suoi stessi arti, quelli che dovrebbero connetterlo con la libertà d’azione. Ancora una volta, la sconfitta. Fissiamo un’intervista per il giorno dopo.

Hai premesso di non essere un cacciatore di adrenalina, allora cos’è che ti spinge a rischiare per la tua arte (sia legalmente che fisicamente)?

Fa parte della mia essenza, è una condizione alla quale non posso rinunciare perché senza mi annullerei. E’ una necessità che mi fa soffrire, perché sono molto esigente con me stesso e questo mi tormenta. Rinunciarvi è come se dovessi fare a meno delle mie braccia. Ho scelto il muro come superficie perché è il massimo dell’anarchia e della schizofrenia, mentre la tela è confinata.

Si sa che la street-opera, comparata ad altre forme artistiche, è un processo a tempo determinato: a te cosa succede quando un tuo lavoro viene distrutto o coperto?

Quando io disegno non lo faccio per realizzare un’opera artistica, non mi interessa. A me interessa creare qualcosa per la transizione di un momento. Così come per i tatuaggi: non mi interessa avere il tatuaggio finito ma assaporare tutto il rituale che lo precede. Devo far uscire quello che ho dentro, sennò esplodo.

Perché la società ha bisogno di street-art?

La società non ha bisogno di street art. L’arte urbana non serve a niente perché in una città con tante contraddizioni, fare un disegno non risolve nessuna problematica concreta. E’ come comprare un quadro e metterselo in casa: l’arte diventa un vezzo non necessario, che comunque dà un certo piacere. Per la mia esperienza personale chi non vuole vedere il senso di qualcosa, non lo vede, e non lo vedrà mai. Per esempio a Bologna mi hanno denunciato senza provare a capire il perché ho fatto quello che ho fatto. A loro non è servita la mia arte. Per me, l’essenza dell’arte urbana è la creazione condivisa, non il risultato. Nei quartieri disastrati, lasciare una parete sporca o disegnarci sopra, è la stessa identica cosa per chi ci vive: si subisce un cambiamento che non si comprende. Non esistono verità oggettive e provare a dipingerle non le renderà riconoscibili.

Che ne pensi dell’esperimento di Tor Marancia, quartiere popolare romano che è stato riqualificato con l’intervento della street-art?

E’ una grandissima cagata. Un abitante di Tor Marancia che una mattina scopre un’opera sulla facciata del suo palazzo, è costretto a dire che è bella anche se non ne coglie il senso, perché è il lavoro di un’artista. L’istituzionalizzazione dell’arte non lascia a spazio al senso critico, ma crea delle dinamiche di giudizio forzate. Mentre l’arte come processo di integrazione e condivisione, diventa di tutti. Sono andato a pittare allo Zen2 di Palermo e abbiamo chiesto ai bambini di disegnare qualcosa che non ci fosse nel loro quartiere. Hanno iniziato a pensare e a disegnare, probabilmente non dimenticheranno mai quella giornata. Se faccio capire a un bambino che non ha un futuro, che può disegnare qualsiasi cosa abbia in testa, gli do uno strumento di emancipazione che si porterà dietro. Tor Marancia non ha fatto questo, è stato un business e nessuno ha interpellato gli abitanti del quartiere. Non abbiamo bisogno dell’estetica, perché è sempre molto personale e soggettiva. Dove non si innescano dinamiche popolari vere,  tutto il resto è superfluo.

Cosa ne pensi della valanga di tag che invadono le città? Forse le istituzioni fanno fatica ad accettare la street-art perché a volte il limite tra arte e vandalismo è sottile.

Penso che il 95% della gente che ha iniziato a graffitare, che sia un grande artista o no, ha iniziato proprio per fare vandalismo. Che non significa spaccare le vetrine di un negozio o incendiare un’auto. C’è un confine sottile perchè quello che a volte sembra vandalico è fatto con cognizione di causa, cosa che noi spesso fatichiamo a capire perché non possediamo abbastanza elementi. Fare le tag a Bologna nel 2018 ha poco senso. Sono nate a NY in un contesto metropolitano che non è paragonabile a questa città. Comunque non mi sento di criminalizzare nessuno, i grandi come 1UP, Basquiat, Keith Haring, Taki 183, sono partiti così: tappezzando con il loro nome tutto il mondo. Hanno una loro precisa filosofia, che sia condivisibile o meno.

Domanda di rito: hai una doppia vita, riesci a mantenerti con la tua arte o suoni nei Massive Attack anche tu?

Se stessi nei Massive Attack non starei in via Mascarella. La mia doppia vita è scandita dal costante dubbio se fare questo di mestiere sia giusto. Ognuno di noi ha un quantitativo di energia da usare, e io vorrei darla agli altri in qualsiasi forma. Il semplice disegnare mi fa dubitare a volte se questo sia solo un mio vuoto da colmare, o se sia giusto farlo per gli altri. Mi sento molto spesso in colpa con le mie necessità, non mi sembra giusto dedicarmi a me stesso al 100%. Credo che chiunque debba spendere parte della propria fatica per gli altri. Poi faccio l’imbianchino, laboratori con bambini, ma non potrei scendere a compromessi: se dovessi farlo sceglierei di lavorare in fabbrica. Poi quando la gente si avvicina per chiedermi delle foto, vorrei spiegarli che la mia faccia è solo una casualità biologica, quello che sono è in quello che faccio.

Non ti sembra ironico essere nato nell’epoca della diffusione compulsiva delle immagini?

Sai, per quello che faccio a volte sono io stesso a cadere nel vortice delle immagini. Quello che non condivido è il narcisismo autoreferenziale. Questa ossessione di scattare foto in ogni momento è bulimica. Cazzo, viviti il momento. Forse è anche per questo che disegno questi personaggi antiestetici, a me dell’estetica non me ne frega proprio un cazzo. ‘Sti selfie sono insopportabili perché se vai a vedere il Grand Canyon non è giusto che sia tu l’oggetto principale. Non fotografandoci in quel posto è come se non ci fossimo mai stati.

Vittoria Montanaro

 

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Foto a cura di Francesco Dell’Ascenza

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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