La componente gentile del razzismo

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Opinioni

 

Rivolgendomi solo a chi, ha superato da tempo, (o meglio non ha mai affrontato) la bestia nera e incoerente del razzismo con tutti i sentimenti spregevoli e del tutto umani che comporta, segnalo un altro fatto: la sincera compassione, la gentilezza sui generis, che le persone anti-razziste dedicano inconsciamente agli stranieri. Quante volte per strada sarà capitato di urtare con la spalla un ragazzo di colore, a testa bassa col cappuccio che fila dritto verso un supermercato, o di prendere erroneamente il posto in autobus di una donna musulmana con tre figli appesi al grembo che quel posto l’aveva visto prima e con fatica l’aveva perso? Spesso: immagino che la miriade di possibilità dei piccoli disguidi in cui si può incappare sia davvero ampia, tra italiani e non. Ma se ci si fa caso attentamente, con le dovute eccezioni che accolgo in buona fede, quel gesto di sincere scuse che rivolgiamo allo straniero non è della stessa natura di quello che rivolgeremmo a un nostro connazionale. Certo che sarà capitato di insultare a pieni polmoni un autista per la sua andatura flemmatica di lunedì mattina, rendendocisi poi conto che si trattava di un settantenne spaurito e col piede diabetico. E allo stesso modo sarà capitato di sentirsi in colpa per quella sfuriata, che in effetti è un po’ irrispettosa. Questo sentimento, ecco, non è della stessa natura di quello che si prova quando si fa un torto accidentale ad un immigrato. Se andassi a soggiornare in Kenya per un reportage, e prendessi la malaria, e tutti mi trattassero come un fragile e intoccabile esserino in fin di vita anche dopo la guarigione, mi sentirei sottovalutata, poco accettata, e sopratutto penserei che chi mi sta accogliendo nel suo Paese è un coglione passivo senza spina dorsale. E allora perché? Perché questa mentalità cattolica moralmente integra da associazione benefica pietista è convinta istintivamente che si tratti di soggetti da collocare automaticamente sull’orlo della debolezza: “chissà cosa avrà passato per venire in Italia”, o “forse quelle labbra carnose sono frutto di un adattamento della specie per i troppi cazzotti ricevuti”. Non mi riferisco solo agli osservati cattolici, ma a quell’alone di bon-ton e luoghi comuni che la buona morale ha sparso qua e là. Lungi da me affermare il contrario, e cioè che un immigrato vada trattato istintivamente a pesci in faccia, ma quello che sarebbe giusto per ridurre le distanze tra noi e loro, è collocarli sensibilmente e moralmente sullo stesso piano di tutti gli altri. Faccio un esempio: se un’amica perde il padre, la madre, il fratello, si ritrova senza casa per un incendio doloso in cui resta vittima anche il cane, il nostro scopo come amici, parenti, vicini di casa etc. etc. è si quello di consolarla, assicurarsi che tutto vada bene, ma sopratutto quello di suscitare grinta e spirito vitale, una volta che la tragedia è stata metabolizzata. Questo perché la vita va avanti, ed essere commiserati, marchiati di debolezza, tristezza, sventura, non aiuta a ricominciare, tanto meno a sentirsi alla pari degli altri giocatori. L’atteggiamento che ho appena analizzato è frutto di un’autocritica che ho riscontrato nel mio e in molti altri comportamenti, ed è un impulso un po’ ignobile che nasconde l’altra faccia del razzismo: il pietismo. Questa supremazia mentale che nasce inconscia tra i rapporti umani, è indicativa di un rapporto intercontinentale che ha radici non troppo antiche. Ha il sapore di un retaggio dell’imperialismo seicentesco, che seppur condannato nelle sacrosante democrazie europee, ha fatto uno sgambetto allo straniero per poi porgergli un braccio un po’ egoistico, e per nulla disinteressato. La stessa vecchia contraddizione della beneficenza, che dicono, serva in primis ad alleviare qualche leggero senso di colpa tra le grosse mammelle fertili della nostra società.

 

Gray727_anterior_cingulate_cortex.png   * la raffigurazione di questo encefalo evidenzia un’area cerebrale: la cosiddetta area cingolata anteriore pregenuale, che  secondo uno studio dell’Università della California regola il livello di vergogna e di imbarazzo. Prima di questa scoperta si pensava che queste sensazioni fossero da attribuire ad uno scarso livello di autostima o ad un elevato stato d’ansia.
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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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