Alang: il cimitero delle navi e degli indiani

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Foto-reportage, Reportage

Nella regione nord-occidentale dell’India, più precisamente nel Gujarat, da 36 anni giace “l’Alang breaking-ship Yard” un pestilenziale cimitero navale in una posizione strategica, custodita e di difficile (quasi impossibile) penetrazione. Ho scoperto per caso su Google l’esistenza di questo scenario apocalittico, e avendo programmato un viaggio India di lì a poco, non ho potuto rinunciare a questa tappa insolita. Del resto se si viaggia davvero, non si può pretendere di conoscere solo le cose piacevoli. Dopo due difficili e pericolosi giorni di viaggio, attraverso una regione che ospita ben pochi turisti, a causa della forte presenza di industrie petrolchimiche, e di conseguenza di un livello di inquinamento davvero altro, arriviamo finalmente ad ALANG. Non nascondo che l’emozione di raggiungere un luogo così lontano e significativo, senza alcuna idea di come avessi potuto fare, si avvicina a quella che provano gli scalatori dopo aver conquistato una vetta. Appena arrivati sentiamo l’inquietudine intorno, l’abbandono, il puzzo terrificante dell’immondizia, e ci pare di notare un cane carbonizzato sulla strada. Nonostante ciò decidiamo di mangiare qualcosa, nell’unico ristorante aperto, per riconciliarci con il posto e con la gente… e magari non l’avessi fatto, perché il pranzo era a base di prodotti nati da una delle terre più inquinate del mondo, e il naan, il famoso pane indiano, sapeva di vernice chimica. Ho deciso di autoindurmi il vomito, perché sapevo che avrei rischiato di stare male e non potevo compromettere quello che iniziava ad assumere i tratti di un reportage. Prima di avvicinarci alla costa, notiamo chilometri e chilometri di mercati dell’usato che si afflosciano al suolo, pieni di qualunque cosa possibile e impossibile da immaginare: set di stoviglie, cucine, lavatrici, migliaia di poltroncine da conferenza, parti meccaniche di motori, legno, lampadari, scafi, eliche, frigoriferi, forni e molto molto altro, in un susseguirsi di venditori impolverati e rugosi, con la tosse cronica e gli occhi stanchi dalle silenziose e vuote ore di lavoro. Ci hanno descritto Alang come il più grande mercato dell’usato di tutta l’India, tanto che la sua fama è arrivata nelle regioni più lontane, ma di acquirenti e di affari, neanche l’ombra. Un posto dimenticato dal mondo, dove tuttavia i grandi imprenditori del settore navale appaiono come fantasmi scaricando i giganti dei mari. Arrivati finalmente alla dogana ci imbattiamo in una squadra di sicurezza, che non ha nulla a che fare con la polizia indiana: la Gujarat Industry Security Force (GISF). Molto poco amichevolmente ci informano che per passare il varco bisogna essere in possesso di un lasciapassare che il governo indiano concede molto raramente, a 300km di distanza da Alang, e le strade indiane permettono di percorrere questo tragitto in non meno di 2 giorni. Delusi e amareggiati per la fatica e per le aspettative infrante, cerchiamo di addolcire la sicurezza spiegando quanto sia importante per noi, chiarendo che non siamo giornalisti, che per loro forse è la parola impronunciabile. La reazione non è quella che speriamo: le guardie ridono, si prendono gioco di noi e addirittura qualcuno si diverte a fare foto del mio di dietro. Dopo avergli giurato, stavolta senza usare toni gentili, che non sarebbe finita lì, iniziamo a vagare confusi per le strade. Dopo un lunghissimo giro di telefonate, durato quasi 12 ore, con l’aiuto della polizia del posto,del proprietario del nostro Tulsi hotel, di un membro del parlamento del Gujarat, e di qualche asso nella manica a nostra disposizione, riusciamo ad avere un trattamento di favore (con tanto di pennica presso la stazione di polizia) che ci permette di attraversare la dogana per un breve giro nei pressi della spiaggia. Saliamo a bordo dell’auto della polizia, e subito ci rendiamo conto che il nostro trattamento di favore consiste piuttosto in un misura di controllo per evitare che che vengano scattate fotografie o che si facciano le domande giuste alle persone “sbagliate”. Arriviamo in un secondo ufficio a ridosso della spiaggia. L’aria comincia a farsi irrespirabile e la luce del sole è offuscata dalle polveri e dalle esalazioni velenose. Un addetto alla sicurezza ci spiega che non ci è concesso per nessun motivo di passeggiare sulla spiaggia e di fare foto, e che molti curiosi e giornalisti si imbattono in quel posto, ma che le misure di sicurezza e di censura del governo sono molto rigide. Tutto quello che riusciamo a ottenere è di salire sul rooftop degli uffici della sicurezza per sbirciare. Ma la visuale è coperta dagli alberi e la polizia, che non ci lascia un secondo, non mi permette di fotografare. Riesco ad intravedere qualche nave: giganti silenziosi nascosti e avvolti dalla foschia che mettono letteralmente i brividi. Una terra mortifera che assomiglia alla bocca arrugginita dalle spezie di una divinità crudele che odora di petrolio scrostato e ferri vecchi: non so se ho reso l’idea. Qualche lavoratore scalzo, sporco e distrutto dalla fatica cammina sulla spiaggia sudicia trascinandosi parti dei relitti. La spiaggia di Alang, come ci spiega un venditore di frigoriferi, si estende per 10 km con la presenza di oltre 250 navi. Come si può verificare dal sito ufficiale di Alang (http://www.alanginfo.com/shipDetail.aspx?p=19)le navi censite sono circa 170, e questo prova un gap di 80 navi tra la dichiarazione ufficiale e la realtà dei fatti. Oltre 15.000 operai, dai 15 anni in su, lavorano instancabilmente da 36 anni percependo una paga giornaliera di 250 rupie, circa 3,20 euro per 8 ore di lavoro. Faccio qualche domanda sulle vittime, perché avendo intuito le condizioni di lavoro, la sicurezza mi sembra davvero una formalità. Il buon uomo approssima una cifra, ma la nostra domanda lo confonde: in effetti è impossibile quantificare le morti sul lavoro, ma la sua risposta è precisa: 15 l’anno. Che siano molte di più? Molte di meno? Sta di fatto che lo smantellamento avviene a mano, gli operai tirano le parti da scomporre con delle funi, a mani e piedi nudi. L’atmosfera è innegabile, e la verità è così chiara che non servono troppe deduzioni: ho l’impressione di essere nel turbine di un sistema schiavista; dopo tutti i documentari e i film della Disney, per la prima volta ho avuto una vaga idea di come dovesse essere lo schiavismo ebreo al tempo dei faraoni d’Egitto. Resto incredula, vorrei capire di più, ma nessuno conosce l’inglese ed estrapolare qualche informazione è davvero difficile. La censura e l’omertà hanno plasmato le vite di queste persone che non ci vedono nulla di male, che grazie ad Alang hanno creato il loro commercio, il solo a tenerli in vita. Quando faccio domande che entrano nella sfera personale, del tipo: “sei felice? ti piace lavorare qui?” le risposte che ottengo sono di un’inconsapevolezza che mi scuote:”si sono felice, sto bene, mi piace il sistema di Alang”. Ma la parola felicità pronunciata con gli occhi vuoti non significa nulla per me. Mi chiedo se queste persone sappiano cos’è. Mi chiedo se abbiano mai provato a pretendere di più, se ne abbiano mai sentito l’impulso. Tralasciando per un attimo la questione lavorativa, seppure dura da digerire, l’attenzione la porrei su un altro problema che a noi occidentali sta molto a cuore, quello per cui Alang attira l’attenzione del mondo e delle ONG ambientaliste: l’inquinamento. Come ci è stato spiegato, le navi petrolifere scaricano in mare i residui di oro nero e tutta una serie di impurità così numerose da essere incalcolabili. Anche le grandi navi da crociera di tutto il mondo, tra cui la MSC (https://www.youtube.com/watch?v=JBJ2r2Nrn5c), sbarcano ad Alang, scaricando questo fardello enorme sulle spalle dei lavoratori e pagando molto meno di una pratica di demolizione che procede nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Ovviamente il governo indiano, famoso nel mondo per avere i suoi contestatori, ha reso questi cantieri burocraticamente legali. Ma per quanto riguarda l’inquinamento? Mi è stato fatto presente che, essendo io di provenienza europea,questo è un problema che non mi tocca, da cui non devo sentirmi chiamata in causa. Ma io mi chiedo: non è forse anche mio questo mondo? Non sono anche sotto la mia tutela gli oceani, i mari, la fauna, la flora, l’aria che respiro, l’acqua che bevo, il cibo che mangio? Ovviamente, si. In India però si è parecchio indietro riguardo le idee di legalità, ambiente e cosmopolitismo. Se qualcuno l’ha ironicamente definita “il cesso del mondo”, probabilmente non l’ha fatto con tanta leggerezza. La manodopera a costo bassissimo, gli intoccabili, gli interessi economici del governo, l’ignoranza, l’analfabetismo sono tutte costanti radicalmente presenti nell’India di oggi, nell’India del progresso tecnologico, il cui unico beneficio sembra essere quello di assicurare ad ogni indiano una padella super tecnologica per cellulare e l’iscrizione ai social network. E che importa se il sistema fognario è praticamente assente, se le scuole pubbliche sono inefficienti e non statalizzate, se di fatto vige ancora il sistema castale, se le discriminazioni religiose e le disuguaglianze sono all’ordine del giorno? Come diceva Pasolini, i concetti di sviluppo e progresso sono diametralmente opposti: l’uno è regolato da interessi industriali, consumistici ed economici, l’altro da un sincero e umano bisogno di miglioramento delle condizioni di vita. E l’India, del paradosso dello sviluppo, ne è l’esempio più lampante, o almeno quello che ho avuto la fortuna di approfondire. Vorrei fare un appello a Greenpeace, alla Nato, ai sindacati dei lavoratori indiani, all’OMS, ai giornali specializzati, e chi più ne ha più ne metta, per porre l’attenzione sul caso “Alang”, di cui si sente parlare molto poco. Vorrei che questo problema accendesse l’attenzione di tutti perché, questi Paesi che sentiamo così lontani, così involuti rispetto ai nostri, rappresentano di fatto, secondo la legge imprescindibile e democratica della maggioranza, la realtà del mondo!

 

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Vittoria Montanaro

N.B. poichè non mi è stato concesso di entrare nella spiaggia, le foto che la raffigurano sono state prese da Google, le altre le ho scattate io.

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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