Chi dice di essere F.I.CO. non sempre lo è!

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Foto-reportage, Opinioni

La presenza di Fico, il parco agroalimentare “più grande del mondo”, sul territorio bolognese getta qualche perplessità, nonostante il suo apporto all’economia delle 150 imprese italiane sia importante. La manovra imprenditoriale ideata da Oscar Farinetti, fondatore del gruppo Eataly e socio dell’ormai eclissato presidio Slow Food, rilancia il primato del made in Italy sull’Europa e sul mondo per sottolineare come l’eccellenza del prodotto italiano, dalla produzione al consumo a tavola, non sia passata in secondo piano nonostante la logistica adottata dalla grande distribuzione, basata sul principio di massima produzione in tempi brevi, con il minimo sforzo sia di manodopera che economico.

E in effetti è così. Il consumo di massa, enogastronomico e non, rischia spesso di declassare il fattore qualitativo a scapito della componente competitiva che lancia sul mercato prodotti a costo medio di tipo dozzinale nel cui processo la qualità delle materie prime e della lavorazione non è la priorità del produttore, e inconsciamente, neanche del consumatore passivo. Il percorso ideato da Fico inserisce tra le pietre miliari del made in Italy, nomi celebri del prodotto nostrano, esaltando il legame tra il futuro, l’antica tradizione e la capacità di averne preservato la qualità nonostante la copiosa crescita industriale che sicuramente penalizza l’attenzione e la cura che un tempo venivano dedicate al mestiere. Il nocciolo della questione non è anacronistico, non si vuole spingere l’industria italiana a fare dieci passi indietro, ma a bypassare quel carattere “futuristico” la cui assoluta priorità non è l’attenzione alle grandi problematiche alimentari della nostra epoca, ma alla componente economica; e cioè all’arricchimento di quelle industrie ben piazzate, che speculano sull’emergenza della distribuzione alimentare e che sembrano evitare argomenti attuali e scottanti come l’introduzione degli insetti nella nostra prossima dieta mediterranea, o la necessità di introdurre altri sistemi di allevamento più efficienti e in grado di soddisfare il fabbisogno della popolazione in continua crescita. La scomparsa dei localismi, l’allungamento della filiera, la mancanza di leggi adeguate sulla tracciabilità degli alimenti, i cambiamenti climatici e l’incremento demografico, sono fattori cruciali della nostra epoca e del cambiamento che si ripercuoterà in primis sulle nostre tavole. Quindi, se non fosse questo il percorso critico da seguire, si penserebbe al cibo nel modo più istintivo e naturale possibile: l’alibi della condivisione e del piacere.

Ed è appunto su questa ingenuità che si basa il problema più evidente di FICO, che nasce dal punto di vista del visitatore del parco e del consumatore medio: perché la biodiversità, l’alimentazione da supermercato, rispettosa di ogni processo produttivo non può essere economicamente alla portata di tutti? I visitatori rimangono tali, e a detta di molti “non puoi comprare niente, meglio portarsi il panino da casa” (dalla pizza margherita a 7,50 euro al ragù bolognese altrettanto caro). Se l’idea di Farinetti si propone di esportare il prodotto italiano nel mondo, e rinnovarlo in casa nostra, d’altra parte privilegia le grandi imprese fiduciarie e finanziatrici, e il tutto rischia di scadere in una grande fiera pubblicitaria, dove il futuro non ha i piedi ben piantati a terra, ma parte dalle vette dei grandi brand. Il settore terziario è considerato soltanto nella sua funzione di passaggio fondamentale per la grande distribuzione, nonostante in questi anni si è assistito ad un grande ritorno di impeghi e manodopera, di fioritura di piccole imprese che hanno dimostrato quanto la dedizione, i processi spontanei e la cura per il singolo prodotto siano la vera garanzia di qualità made in Italy che, a quel punto, può rifarsi anche sul costo del prodotto stesso.

Curiosando per i padiglioni, sorgono spontanee alcune domande, ad esempio: quanto è in linea con la filosofia di FICO, la gestione degli allevamenti di grandi industrie come quella Amadori? I dubbi nascono se ci si ricorda delle polemiche sorte per la testimonianza di un servizio di Report che registrava le terribili condizioni in cui gli animali erano gestiti e allevati nel consorzio.

(http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7c5800b4-05e1-48cb-b532-556c9ab9c256.html). E’ altrettanto vero che nei piccoli allevamenti installati nel parco agroalimentare gli animali godono di un apparente benessere che non farebbe mai dubitarne il maltrattamento. Ma, come i migliaia di prodotti esposti, si tratta anche questa volta di un’esposizione vivente.

Sempre per la serie “non ti regalano niente” le varie attività, i corsi e gli stage organizzati da FICO si pagano, e anche profumatamente. Per quanto riguarda i posti di lavoro, circa 700, “non c’è da lamentarsi” a sentire i giovani assunti. E certo: il lavoro è lavoro, soprattutto se le ore settimanali sono circa 50, compresi il sabato e la domenica, e la paga mensile di circa 800 euro. Nulla di strano se si considerano i target del lavoretto in pizzeria dello studente medio italiano, che stavolta non scambia il suo tempo con il denaro di qualche localetto del centro, ma lo fa per l’eccellenza di Eataly, che non sembra aver badato a spese di costruzione, mantenimento e propaganda pubblicitaria.

Essendo l’ingresso al parco gratuito, è giusto visitarlo se si ha un pomeriggio libero per comprenderne la portata, fare domande, rendersi conto della funzionalità e dell’accessibilità delle attività proposte, prima di demonizzare l’intero business. Poi, una volta aver visto con i propri occhi, le domande e le perplessità nasceranno spontanee. Niente di più semplice per allenare il proprio spirito critico.

 

 

 

 

di Vittoria Montanaro

 

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foto di Federica Carducci

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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