Silence, parla Martin Scorsese

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Film

silence-scorseseE’ uscito nelle sale da pochi giorni, l’inaspettato film di Scorsese “Silence” che dà l’impressione di essere il suo testamento spirituale. Mai titolo più azzeccato.

La trama è lieve, poco marcata e precisata ma si gioca tutto sull’espressione, sul tempo dilatato, e sul gioco di causa-effetto. Ci troviamo nel Giappone del 1650, un luogo nebbioso e opaco, conteso dalle potenze alle prime prese con l’imperialismo. Eppure non è la componente storica a essere presa di mira, non nasce alcun tipo di riflessione socio-politica; si parla di un altro tipo di colonizzazione: quella cristiana europea. Una storia che qualche commerciante olandese di passaggio avrà notato nel lontano 600: quella dei preti apostati. Risparmio il riassuntino, ma quello che vorrei approfondire è la singolarità di questa pellicola controtendenza che si allontana molto dal trend di fuochi d’artificio, effetti speciali e brand cinematografici, che ultimamente spopolavano nei film di Scorsese. Forse quando si arriva alla fine si torna un po’ all’inizio. La calma piatta iniziale mi ha ricordato la suspence di Taxi Driver, pronta ad esplodere in risvolti un po’ sconcertanti. E così è descritta l’azione della chiesa cristiana in Giappone: nell’ostinazione del fanatismo e nel silenzio. E’ questa l’impresa che nasce dal film: voler rappresentare visivamente 2h e 40 minuti di silenzio con tutti i mezzi di cui il cinema dispone: fotografia buia e perennemente calata nel silenzio della nebbia, dialoghi scarni che vengono sostituiti da lunghi monologhi intieriori, musiche praticamente assenti, tempi scanditi lentamente alla maniera giapponese e per ultimo il silenzio del dio cristiano in risposta alle atrocità e alle persecuzioni commesse sui cristiani. Per lo spettatore la prima ora e mezza di film è letteralmente snervante: si ha fame di contenuti, si cerca il punto di svolta, quel dettaglio che non esiste. Ad un certo punto si capisce di essere stati messi alla prova, di aver fatto da cavie. Appena ci si arrende alla calma piatta del film, come chi si abitua al tormento del digiuno, si riscopre la verità trascendentale del dialogo con lo spirito e con il dio interiore che tutti cercano e che pochi hanno trovato. Ed è solo a quel punto che, dopo aver sopportato la noia, gli sbuffi del vicino, il sonno, il prurito e l’amarezza di aver speso 7€ per la lentezza fatta film, ci si ricrede un po’ e ci si sente stupiti dalla profondità e dal percorso consapevole che si è appena portato a termine: nel silenzio dello spirito si posso ascoltare tutte le verità che si cercano.

Certo che un film frenetico, dialogato, pieno di colpi di scena, di incastri psicologici, è quello a cui siamo abituati un po’ tutti, sotto l’influenza delle serie tv, ma “Silence” è diverso: mette alla prova la pazienza e la riflessione dello spettatore per accompagnarlo là dove non avrebbe immaginato, un po’ a fatica, ma in modo cosciente e rispettoso.

Sacrificate 2h 40 del vostro tempo, non perchè vi cambierà la vita, ma perchè si può riflettere sul cinema con un’altra prospettiva sperimentale impregnata di cultura e sensazioni giapponesi. Basta co ‘ste americanate!

 

 

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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