Capita di sentire

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waltz-1Nel caotico farsi e disfarsi delle città e delle vite umane che esse contengono, a volte un particolare è lì per spazzare via la memoria passata di chi lo riconosce. Un lento e crescente grido di tromba accompagna i pensieri più vaghi nella solitaria e casalinga via Paolo Fabbri. Inizia come un gemito inascoltato, pronto a confondersi tra le mura e le fronde degli alberi più movimentati, si assimila al volo degli uccelli, all’ombra squarciata da qualche lama di ultimo sole, al volto dei vecchi aguzzini fermi agli angoli delle strade che sanno solo osservare senza capire.  L’urlo si alza a scontrarsi con la verità e arriva l’inevitabile scelta che non tollera ripensamenti; non è possibile voltarsi indietro e ci si sente inseguiti come ciechi dal fantasma della strada che parla di sé con i suoi dipinti, col giallo dei lampioni appassiti, col respiro della carreggiata libera, col singhiozzo ansioso di un treno che passa. L’universale di un miliardo di vite umane sparse tra faccende, telegiornali all’ora di cena, capricci di neonati, scontrini accartocciati e fruscii discontinui diventa il particolare di un uomo nella sua stanza socchiusa, che racchiude il caos universale in un aggeggio di ottone per riciclarlo in un’essenza drammatica e liberatoria. Il suono sfiora i timpani e ogni senso è ormai finalizzato all’ascolto, ogni fibra è rivolta al risveglio e alla passione. Ci si guarda intorno, si cerca la comprensione tra gli atomi più anonimi accatastati di qua e di là, ci si chiede disperatamente da dove provenga quell’SOS alla sensibilità che oggi si intona così bene all’anima dei viaggiatori. Non è dato saperlo. Accettare l’inconoscibile è l’ultimo grande sforzo prima di potersi abbandonare agli albori del proprio essere. Un po’ di timore ti lascia aggrappato al passato, alle contingenze materiali che danno sicurezza quando si ha il libero dominio del proprio corpo e delle proprie passioni. Pensi al volto di tua madre, severo e preoccupato, come se sapesse da quale picco stai per tuffarti. E il pericolo è quello di perdere di vista se stessi nel mondo, ma di ritrovarsi in ben altri non luoghi, con l’unico scopo di sacrificare la propria vita a sapori ancestrali, tuttavia di passaggio. Ti ripeti che vuoi cominciare a vivere così, ma stavolta sul serio: stemperando ogni attimo infinito nelle papille gustative e nel suono di una tromba che sai chi sei. Non c’è altro tempo all’infuori di ciò che viviamo , ti ripeti più convinto, e questa chiave di lettura ti affascina con spavento. Dove è possibile arrivare? Si può tornare vivi da un luogo che non ha contorni? La voce di una tromba piange di folle bellezza,  ed è la voce di chi la sta suonando oggi per strada,  che  vuole farsi ascoltare, vuole struggersi di infinito con te, saltare tra le vette delle montagne e spostare l’acqua degli oceani con un soffio pacifico. Un uomo appassionato travolge il mondo di passioni e affida l’eterno all’orecchio di qualche invisibile sconosciuto, che passeggiando per i campi della vita, ne ha compreso il significato per la prima e l’ultima volta. E seguendo una colata di note epilettiche e pazze, in sussulto e in adagio, una tromba libera fugge dall’asfalto per sciogliere le anime fossilizzate di coloro che sanno che questa è  la strada dei fabbri- catori di segreti  così elementari che potresti persino accorgertene.

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Chi sono: la suprema dittatrice di questo spazio virtuale che al primo bug si disintegrerà in milioni di impulsi elettrici che schizzeranno in giro per il cosmo, in un eterno e dolce fluttuare

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